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Il collaboratore Di Pietro: 'Mani Pulite non fu politica'

Spadoni, 'tutto nacque da inchiesta come altre. Nulla è rimasto'

di Francesca Brunati

"Non abbiamo assolutamente voluto sovvertire il sistema politico, non ci è mai passato per l'anticamera del cervello. Questa interpretazione di Mani Pulite è stato un grande equivoco. Quella stagione va riletta in chiave storica, per quel che realmente è stata". A 30 anni di distanza lo ripete ancora, come un mantra, Giancarlo Spadoni, l'ispettore di polizia, e cuoco per hobby, allora tra coloro che erano in prima linea e adesso in pensione. Arrivato in procura a Milano negli anni '90, quando vennero istituite la sezioni di polizia giudiziaria, fu assegnato ad Antonio Di Pietro.

Entrò nella squadra di poliziotti e carabinieri guidata dall'ex magistrato che già a quel tempo, per gestire la mole dei dati raccolti, aveva avuto l'intuizione di applicare l'informatica alle indagini come avvenne per quelle sugli appalti nell'hinterland milanese o sui casi Videotel o 'patenti facili'.

Cosa ricorda del 17 febbraio 1992, giorno dell'arresto di Mario Chiesa e dell'inizio di Tangentopoli? "Era una operazione di pg che era stata preparata come tante altre, con le banconote firmate dal dottor Di Pietro e consegnate all'imprenditore, Luca Magni, che poi si è presentato all'appuntamento. Tutto quello che è accaduto quel giorno è stato già scritto e riscritto".

Avevate la percezione che quell'arresto avrebbe portato a qualcosa di molto più ampio? "Noi siamo semplicemente partiti da quello che si dice tecnicamente un fatto-reato. Poi, con gli interrogatori successivi l'indagine si è allargata fino a scoprire un sistema di mazzette, o meglio, di somme illecite versate in cambio di favori o appalti, che coinvolgeva gran parte del mondo politico e imprenditoriale italiano".

E' crollata la 'prima Repubblica', Mani pulite è servito a riportare la legalità? "Se è crollato tutto non è certo colpa di chi ha fatto le indagini. Non era compito nostro stabilire se serviva o non serviva. Noi abbiamo pensato solo a fermare il malaffare. Spettava al legislatore intervenire in modo da ristabilire la legalità".

Che clima c'era allora nei corridoi del Palazzo di Giustizia diventato improvvisamente il più importante d'Italia? "Il senso del gioco di squadra. Inoltre, si lavorava senza sosta: si cominciava la mattina presto e si andava avanti fino a sera inoltrata, senza lamentarsi e consapevoli dell'importanza di quello che stavamo facendo. Importanza di cui ci siamo resi conto dai nomi che man mano scrivevamo nei verbali con le dichiarazioni di moltissimi imprenditori e, perché no, anche dal calibro degli avvocati difensori che avevamo di fronte. Nelle quattro settimane dopo l'arresto di Chiesa abbiamo capito che la corruzione era dilagante. In quel periodo c'era campagna elettorale e quindi abbiamo lavorato sotto traccia, per non interferire. Abbiamo sviluppato tutto quello che ci sono venuti a dire. Abbiamo utilizzato poche intercettazioni".

Sentivate la pressione dei mass media? "Era altissima. Avevamo gli occhi puntati addosso per ogni passo che facevamo. La magistratura e quindi anche noi investigatori finivamo sempre in prima pagina o al centro del servizio tv di giornata. Con questo non dobbiamo dimenticare che Mani Pulite ha generato anche un'anomalia: difendersi dal processo e non nel processo. In più sono cominciati i dossieraggi su chi svolgeva le indagini e sovente da un giorno all'altro venivano modificate le norme che avevamo applicato durante le indagini".

Cosa è rimasto, 30 anni dopo? "Personalmente tanti ricordi e qualche amico in più. Per il resto è come se non fosse successo nulla... Ma per favore, non venite a dire che volevamo sovvertire il sistema politico".

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