Emanuele Macaluso, l'ultimo compagno

Concetto Vecchio ne racconta la vita come fosse un romanzo

 CONCETTO VECCHIO, ''L'ULTIMO COMPAGNO. Emanuele Macaluso, il romanzo di una vita''.   (Chiarelettere, Pag. 240, 15 euro).
    ''Affiora nella penombra, il corpo affossato nella poltrona, lo sguardo rivolto alla finestra, i piedi sul pouf. ''Ciao'', dice, e alza la mano destra, senza guardarmi. ''Ciao Emanuele'', rispondo e gliela stringo. L'esile mano di un uomo quasi centenario che ha attraversato la Storia'', si quella con la s maiuscola. Comincia così la biografia di Emanuele Macaluso scritta da Concetto Vecchio, quirinalista de La Repubblica che per oltre un anno prima della sua morte, ha dedicato i suoi pomeriggi all'ascolto di un uomo che ha attraversato il secolo più turbolento dell'umanità, con qualche pausa, tra una crisi cardiaca e l'altra. Difficile anche perchè quando una mattina del dicembre 2019 l'autore si è presentato da Macaluso lui gli ha rilevato di non aver mai preso un appunto in vita sua: ''Sono stato allievo di Togliatti, che sconsigliava di prendere appunti, perchè poi si tende a conservali. Tutto quello che è successo è stipato nella mia testa''.
    ''Ci sono troppi fatti da mettere in fila'', si dice infatti l'autore senza negare la difficoltà di raccontare una figura del genere: ''Quando cadde il fascismo Emanuele Macaluso aveva 19 anni. Il giorno dello sbarco sulla Luna quarantacinque.
    Durante il sequestro Moro cinquantaquattro. E al momento del crollo del Muro di Berlino sessantacinque. Quando la vicenda del comunismo italiano si esaurisce, nel novembre del 1989, lui è già in età da pensione''. Dal primo articolo per l'Unità nel 1942 sulle zolfatare fino all'ultimo per la sua pagina Facebook, non ha mai smesso di scrivere e con Concetto Vecchio in qualche modo ha continuato a farlo raccontando la sua esistenza. Nella Sicilia del feudo, in bianco e nero e polverosa, del primissimo dopoguerra era già un sindacalista che sfidava la mafia, convinto di morire giovane, anche perchè appena adolescente aveva contratto la tubercolosi e sindacalista ha continuato a sentirsi per il resto della sua vita. Poi viene la militanza clandestina nel Pci, la politica e l'amore come quello con Lina, una donna sposata che gli costò il carcere per adulterio nel 1944: ''colpevoli solo di amarci questa era l'Italia miserabile di allora''. Intense le pagine finali in cui vengono riportati i documenti di quel processo riemerse quasi per miracolo dalla procura di Caltanissetta, offrendo appunto uno spaccato di Italia quasi medievale, col marito di 20 anni più grande (lo ha sposato che aveva solo 14 anni) che la tradisce ma lei non può fare altrettanto e viene picchiata e va in prigione con il suo giovane amante per questo. E poi anche il partito che si oppone a questo legame così poco tradizionale, e con i figli che portavano il suo nome abusivamente perchè essendo lei sposata non era concesso. Poi dopo vent'anni con Lina l'amore con Erminia Paggio, che poi lasciò scegliendo la famiglia e lei si suicidò poco dopo. ''Ancora una volta una mia vicenda privata minava il puritanesimo rosso'', racconta Macaluso.
    ''Un comunista che disubbidiva'', come lo definisce del resto Concetto Vecchio, e che per questo lo ha scelto. Il sentimento, quel grande amore, è forse l'aspetto più sorprendente di questo libro bellissimo, e importante da celebrare in questo Primo Maggio di difficoltà per tutti, perchè trasuda forza di volontà, determinazione e soprattutto sentimento per la vita, in senso lato e solidarietà. ''C'era del razzismo anche tra di noi'', dice senza mezzi termini Macaluso.
    Nato da una famiglia di condizione modesta ma meno modesta di un'isola che sprofondava nella povertà, il piccolo Macaluso faceva le consegne da bambino per andare all'Opera dei Pupi e poi si era da subito appassionato alle storie di quelli che erano vessati, in difficoltà come gli zolfatari appunto. E si sente presto di avere quelle qualità che ne faranno un sindacalista per tutta la vita: ''Qualità politiche e umane'', come ''riconoscere i problemi dei lavoratori e saperli esprimere tenendo conto del contesto. Indire uno sciopero e governarlo, cogliendo il momento magico per chiuderlo. Firmare i contratti intuendo quando è arrivato il momento giusto per farlo, ed io ne ho firmati centinaia''. Poi nel 1962 il grande salto con il trasferimento a Roma e la promozione a dirigente di partito nella segreteria guidata da Palmiro Togliatti. E l'ebbrezza della Fiat 500 acquistata con le cambiali. Nel 1963 fu eletto alla camera e il resto è il Sessantotto, il terrorismo, gli anni Ottanta alla direzione del'Unità, fino all'ultimo giorno.
    (ANSA).
   

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