Orwell scrittore in nome dell'umanità

Impegno e scrittura in un volume di testi autobiografici

Scaduti i 70 anni dalla morte, quest'anno i libri di George Orweel sono fuori diritti e quindi in molti hanno colto l'occasione per ritradurli e pubblicarli, da Bompiani a Feltrinelli, da Newton Compton a Sellerio, che si sono andati a aggiungere al suo editore tradizionale, Mondadori. Ma se tutti hanno puntato principalmente su '1984' e poi su 'La fattoria degli animali', altri hanno cercato qualcosa di nuovo e il titolo più curioso lo ha proposto Mattioli con una raccolta di testi interessanti (alcuni inediti) a fondo autobiografico scritti tra il 1929 e il 1950, anno della sua morte a soli 46 anni, a cura di Francesca Cosi e Alessandra Repossi.
    Si va da alcuni dolorosi, ma oramai sereni, ricordi di scuola ironicamente intitolati 'Quelle sì che erano gioie' alla St Cyprian ''costosa e snob'', sino a uno scritto del 1946 intitolato 'Perché scrivo'. Quasi tutta la produzione di Orwell è autobiografica e anche i due libri più celebri, con le loro invenzioni distopiche e metaforiche, nascono dal suo vissuto, che è sempre stato quello di una persona impegnata e attenta alla realtà che lo circonda, che teme e combatte la menzogna anche con la metafora e la visionarietà preveggente dell'artista a proposito di un totalitarismo che si definiva comunista e di quello più tecnologico del futuro, fissato appunto nella data del 1984.
    Come ricorda Alessandro Gnocchi nella breve prefazione al volume, per Orwell lo scrittore e l'intellettuale avevano una grande responsabilità rispetto alla realtà del mondo in cui vivevano, tanto da affermare: ''quando mi metto a scrivere un libro non dico: Adesso produrrò un'opera d'arte. Lo scrivo perché ci sono bugie che voglio smascherare e fatti su cui voglio richiamare l'attenzione e, all'inizio, l'unica cosa su cui punto è essere ascoltato''. Ma soprattutto a colpire mi pare sia la capacità costante dello scrittore di riportare ogni cosa alla sua dimensione umana, che è poi quella che ci rende ognuno simile all'altro. E' quel che accade con libri frutto di sue precise e esperienze, che vanno dal diario di 'Senza un soldo a Parigi e Londra' (1933) a 'Giorni in Birmania' (1934); 'Fiorirà l'aspidistra' (1936) che parte dalla sua esperienza di insegnante e denuncia i condizionamenti del denaro; 'La strada di Wigan Pier' (1937) sulla condizione dei minatori in inghilterra; 'Omaggio alla Catalogna' (1938) sulla guerra civile Spagnola.
    In questo volume ritroviamo molte pagine legate alla nascita di quei libri, alcune molto significative, come quelle intitolate 'Un impiccagione', cui assistette durante il suo soggiorno in Birmania come membro della Polizia Imperiale.
    Pagine nitide, precise che a suo tempo fecero scandalo e, descrivendo una realtà quotidiana, denunciarono l'imperialismo britannico. A darci il valore e il senso della sua scrittura bastano notazioni come questa: ''E' strano, ma fino a quel momento non mi ero reso conto cosa significasse uccidere un uomo sano e cosciente. Quando vidi il prigioniero (condotto al patibolo) frasi da parte per evitare una pozzanghera, compresi il mistero, compresi quanto fosse indicibilmente sbagliato stroncare una vita nel pieno del suo vigore'', per concludere ''una mente in meno, un mondo in meno'' e finire il resoconto, con secondini e capi che ridono tutti forte ricordando particolari di quella e altre esecuzioni, ''con il morto a cento metri di distanza''. Allo stesso modo in 'Ripensando alla Guerra civile spagnola' ecco ''gli odori disgustosi di origine umana'' e le atrocità della guerra, qualsiasi essa sia, più, sempre alla fine, un ricordo di una mattina in cui stava sparando ai fascisti nelle trincee fuori Huesca quando ''un uomo saltò fuori ... e correndo si reggeva i pantaloni con entrambe le mani''. Così ''non gli sparai... ero venuto a sparare ai fascisti, ma un uomo che si reggeva i pantaloni non è un fascista, è evidentemente un altro essere umano, simile a te, e non ti viene voglia di sparargli''.
    Gli esempi potrebbero essere tanti altri in questi 25 pezzi e l'invito è a leggere i tre, centrali, su 'Mendicanti a Londra', 'Asili notturni'', ovvero dormitori per barboni, e 'Come muoiono i poveri', oltre al finale sul suo destino di scrittore, dove si rivela come un certo impegno sia tutt'altro che facile: ''Fin da quando ero piccolo, dai cinque o sei anni in avanti, ho avuto la certezza che da grande sarei diventato uno scrittore'', racconta all'inizio, per concludere ''Scrivere un libro è una lotta terribile e sfiancate come un lungo attacco di qualche malattia dolorosa. Non ci si imbarcherebbe mai in un'impresa simile se non si fosse guidati da un qualche demone, cui non si può resistere e che non si riesce a comprendere''. (ANSA).
   

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