Cecilia Alemani, la Biennale Arte tra dialogo e ottimismo

Trans-storica e attuale, tante donne, nutrita presenza italiana

di Roberto Nardi VENEZIA

VENEZIA - L'eco della guerra in Ucraina, di una tragedia che sembra uscita dal sarcofago della memoria drammatica del secolo scorso, sospende la gioia di Cecilia Alemani di vedere comporsi, negli spazi del Padiglione Centrale ai Giardini e all'Arsenale, l'Esposizione internazionale d'Arte della Biennale di Venezia (23 aprile-27 novembre). La mostra, che prende il titolo da un libro di favole per bambini popolato di esseri fantastici, a volte mostruosi, "Il latte dei sogni", dell'artista surrealista Leonora Carrington (1917-2011), è stata progettata e organizzata in modo virtuale visto che la pandemia per due anni ha impedito alla curatrice di incontrare gli artisti, di vedere le opere, di toccarle. "E' difficile parlare di arte - spiega Alemani all'ANSA -, montare una mostra mentre siamo nel bel mezzo di una situazione così critica come quella che ha investito il popolo ucraino, tutta l'Europa in modo devastante. E' difficile trovare un senso". Ma nell'arte c'è sempre una speranza. Un senso che si concretizza nell'aiuto che l'esposizione, la Biennale, ha deciso di dare al padiglione ucraino, che presenta l'artista Pavlo Makov, con la speranza "che la cultura, di cui la Biennale è una delle realtà più importanti in Italia, possa essere uno spazio di dialogo, confronto e solidarietà con il popolo ucraino". Cecilia Alemanni parla mentre si muove in un'altalena continua tra i Giardini e l'Arsenale. Ci sono 1.433 opere ed oggetti da sistemare negli spazi dell'esposizione, frutto del lavoro di 213 artiste ed artisti provenienti da 58 nazioni.

Nutrita la presenza italiana: 26. "Ci sono sempre sorprese - rileva pensando alle opere uscite dalle casse - ma alla fine è quello che avevo in mente". Opere che, nella visione della curatrice, sono ideali portatrici dei sogni e delle inquietudini che segnano il vivere odierno, sono interrogativi aperti riuniti attorno a tre grandi aree tematiche: "la rappresentazione dei corpi e la loro metamorfosi; la relazione tra individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra". "Ho preferito - sottolinea - ricorrere al filtro della letteratura, della storia dell'arte per raccontare temi che sono attualissimi, come il genere, la sessualità, il corpo, il rapporto con la tecnologia da un punto di vista che alcuni potranno trovare onirico, altri intimo. Mi sembra che in questi due anni gli artisti a cui stanno molto a cuore queste tematiche le stiano vivendo in modo molto più personale ed introspettivo".

Per dare vita al racconto, ha scelto una strada che esce dall'ottica della Biennale vista come "una polaroid, una foto istantanea di quello che sta succedendo nell'arte negli ultimi due anni". In linea con un percorso di revisione critica della propria storia caro al presidente della Biennale Roberto Cicutto, ha dato forma a una rassegna che attraversa la storia, che accanto alle nuove leve dell'arte contemporanea accosta "antenate" del secolo scorso . "E' una mostra trans-storica, con una grande maggioranza di artiste donne e che parla del post-umano, del superamento delle centralità dell'uomo in generale, quindi anche dell'uomo maschio", spiega. Riguardo alla forte presenza italiana, dice che è stato importante "invitare tanti artisti italiani. Mi sono concentrata, al di là delle loro presenza nelle capsule storiche, su personalità molto conosciute o che sono rimaste nell'oblio nonostante la loro bravura, ma anche su artisti ed artiste giovani che non hanno ancora avuto occasioni di mostrare le proprie opere in grandi musei. Penso, ad esempio, a Elisa Giardina Papa, artista del progetto speciale a Forte Marghera, Diego Marcon, Giulia Cenci, Sara Enrico o Chiara Enzo, che è un'artista veneziana". Per non parlare dell'esperienza del Biennale College Arte, che è alla sua prima edizione, e presenta il lavoro di quattro giovani artisti fuori concorso.

Un'ultima domanda: vista la genesi in tempi pandemici, la guerra, i temi trattati, c'è ancora spazio per l'ottimismo? "Alla fine penso che sia una Biennale ottimista. Mantiene uno spirito positivo". Una speranza che prende forza anche dal fatto che gli artisti possano tornare a incontrarsi a Venezia, in una "comunione di corpi e spiriti". L'unico spazio chiuso è quello del padiglione russo. 

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