"Il Circo del Gitano", il mondo altro di Francesco Casati

Alla Libreria La Minerva di Padova, a cura di Nardi fino al 10/4

Redazione ANSA ROMA

PADOVA - "Il Circo del Gitano", di Francesco Casati elegge a ideale compagno di strada dell'autore un soggetto "collettivo" che appare in un romanzo di Mario Vargas Llosa, "La guerra del fin del mundo", del 1981 ("La guerra della fine del mondo", Einaudi 1983). L' artista sembra infatti dare vita con le sue opere a un "mondo altro" attraverso figure umane ed animali sfumati nelle sembianze, immagini che richiamano giochi per l'infanzia ed oggetti all'apparenza legati a tempi lontani. La mostra "Il Circo del Gitano" di Francesco Casati, a cura di Roberto Nardi, è in programma fino al 10 aprile alla Libreria Minerva di Padova.
    Un "Circo del Gitano", quello descritto dallo scrittore peruviano, formato da persone come "la Donna Barbuta, il Nano, l'Uomo-ragno il Gigante Pedrin e Juliao, che inghiottiva rospi vivi". Personaggi che sono reali ed hanno in sé una dimensione fantastica. Sono portatori di storie e drammi personali e allo stesso tempo si prestano ad essere letti come metafore.
    Divengono parti in scena, in un'ottica più ampia rispetto alla specificità del romanzo, di una realtà umana che proprio dalla percezione della loro "diversità", dalla loro appartenenza ideale ad un "mondo chiuso" governato da regole interne di solidarietà, trae piacere, divertimento, eregge limiti tra sé e "loro". L'esposizione presenta una ventina di dipinti su tavola o tela - una serie di 30x25 centimetri e tre di grandi dimensioni - espressamente realizzati per l'occasione dall'artista veronese da tempo residente a Venezia, dove è iscritto all'Accademia di Belle Arti, corso di pittura diretto da Carlo Di Raco. Nella sala-cripta, l'artista dà vita a una installazione, frutto della ricerca sulla tridimensionalità e la reazione percettiva di figure e oggetti in movimento, con "I trastulli del beato turbamento", supporti e scatole in latta che contengono delle figure in carta. Ogni opera di Casati pare abbeverarsi alla fonte comune di una immaginazione che incontra la spiritualità nostalgica di un tempo passato. Ogni dipinto, nella sua apparente dimensione senza tempo ed onirica, scava, con la chiave di una ironia che si veste di satira, nelle realtà più contemporanee del nostro essere, delle nostre interrelazioni. L'artista dà così sostanza quasi giocosa a un "mondo" che appare assoluto nel suo stesso manifestarsi: ora attraverso forme che paiono rimandare ai bestiari medioevali, ora che sembrano dover fare i conti con le suggestioni surrealiste, prendere linfa dall'espressionismo tedesco o rimandare a un linguaggio pittorico colto di artisti come Balthus.
    Casati, in un agire che volutamente prende le mosse da pretesti più che da visioni organizzate, con lavori che spesso sembrano fatti della "stessa sostanza dei sogni", determina in chi guarda domande che non si fermano alla superficie di ciò che è visto. Suggerisce, senza esplicitarle, questioni che percorrono la società: la coppia, il matrimonio, i rapporti di forza, l'identità, la solidarietà, l'avventura e lo stupore, la violenza e la fuga dal terrore, la gioia e la paura, l'accettazione e la negazione del diverso da sé. I titoli sono cose che dicono e non dicono. Sono verità e mistificazione.
    Immagini-parola che acquietano forse la coscienza ma chiedono di essere risolte ascoltando il suono che emerge dal profondo.
    L'artista offre di fatto un'unica certezza: il suo guardare al mondo dell'infanzia. Ma non è un'emersione di ricordi, è una elaborazione. "Come un'osservatore sociale - ha scritto Casati -, analizzo alcuni aspetti dell'infanzia nel loro insieme e singolarmente, indagandone la loro crudezza, decomposizione e attualità". (ANSA).
   

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