Meroni 50 anni dopo, la farfalla granata vola ancora

Il capellone che faceva sognare in campo e disegnava vestiti

La farfalla granata vola ancora. A 50 anni dalla morte, la stella di Gigi Meroni brilla intatta ma rinnova anche un dolore e una ferita mai del tutto rimarginati nella tifoseria del Toro. Con quel ragazzo, morto tragicamente a soli 24 anni, se ne andò un giocatore di grande talento, e una persona speciale che aveva fatto innamorare i tifosi anche con la sua simpatia e le sue allegre stravaganze. Accadde una domenica. Era il 15 ottobre 1967, il Torino aveva battuto in casa la Sampdoria 4-2, con tripletta del centravanti argentino Nestor Combin.

Dopo la partita Meroni e il compagno Fabrizio Poletti vanno a piedi verso casa, ma Meroni non ci arriverà mai. Mentre attraversava in Corso Re Umberto infatti fu investito dalla 124 coupè del 19enne Attilio Romero, e sbalzato nell'altra corsia dove lo prese un'altra auto. La tragedia si compie in pochi minuti, la corsa in ospedale, l'intervento chirurgico, la fine. Al pronto soccorso le urla disperate della compagna Cristiana, il pianto dei medici, e poi il mesto pellegrinaggio dei tifosi ammutoliti. Al funerale più di 20mila persone. Tornavano le lacrime di Superga. Ancora una volta il cuore granata spezzato da una tragedia. Per ironia della storia, quel Romero, che di Meroni era grande tifoso, ben 33 anni dopo, nel 2000, sarebbe diventato presidente del Torino portandolo peraltro fino al fallimento. Ha ucciso il Toro due volte, dissero. La vita di quel ragazzo finita così male, male era pure cominciata: aveva solo 2 anni quando perse il padre. Meroni era nato a Como il 24 febbraio 1943.

Giocò nel Como e nel Genoa. Col Toro fece 22 gol in 103 partite. Nel 1965 la chiamata in azzurro, ma il ct Fabbri non amava quel giovane scapestrato. Proverbiale il suo dribbling, incontenibili le sue fughe e i palleggi alla brasiliana, ma note erano anche le sue sregolatezze quanto a abitudini e orari. Quel ragazzo con la maglia numero 7 faceva sognare tifosi e signorine. Era un bel giovane, un po' magro forse, ma con tanta personalità, allegro e generoso. Gli piaceva stupire, andava controcorrente a modo suo, non amava le regole. Fu un precursore del '68. Nereo Rocco voleva rispedirlo al Genoa, poi ne capì il talento e lo lasciò libero di giocare a piacimento. Portava capelloni e barba lunga, a volte si cresceva i baffoni. Adorava i Beatles e il poker.

Andava in campo con la maglia fuori dai calzoncini e teneva i calzettoni abbassati, ma correva fino allo spasimo senza risparmiarsi, combattendo su ogni pallone. Era un irregolare in tutto. Abitava in una vecchia mansarda, disegnava da sé gli abiti eccentrici che indossava, dipingeva. Lasciò incompiuto il ritratto della compagna Cristiana, con cui visse un amore travolgente contrastato e criticato, perché lei, sposata con un altro, fuggì in segreto da Genova per stare con lui. Meroni era un giocatore e molte altre cose assieme, e questo piaceva in quegli anni di calcio serioso. Lui si divertiva a fare cose strane per vedere l'effetto sulla gente, talvolta passeggiava con una gallina al guinzaglio. Il repertorio delle bizzarrie di Meroni era infinito, come le sue prodezze in campo, una su tutte, il gol di pallonetto con cui beffò Giuliano Sarti, il 12 marzo 1967, a San Siro quando il Toro battè 2-1 nientemeno che la grande Inter di Helenio Herrera. L'hanno definito il George Best italiano. Per tutti era la farfalla granata, per quel suo correre disordinato e leggero e i continui zig zag. Nel 1967 la Juve offrì al Toro 750 milioni per averlo, i tifosi protestarono. Si disse pure che gli operai Fiat al montaggio della 128, con biglietti e altri mezzi meno gentili sconsigliarono gli Agnelli dall'insistere, e l'affare sfumò. Quel giovane doveva restare al Toro. E lo resterà per sempre.

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