Gilberto Cavallini, ergastolo al quarto Nar

Anche lui si dice innocente, 'Non ho niente di cui pentirmi'

Alessandro Cori BOLOGNA

   "Di quello che non ho fatto non mi posso pentire. Dico anche a nome dei miei compagni di gruppo che non abbiamo da chiedere perdono a nessuno per quanto successo il 2 agosto 1980. Non siamo noi che dobbiamo abbassare gli occhi a Bologna". All'ultima parola, all'ultima estenuante difesa, sei ore e mezza prima di ricevere il nono ergastolo della sua vita, Gilberto Cavallini non avrebbe mai rinunciato. Del resto tutta la sua carriera criminale l'ha vissuta nell'ombra, la faccia ce l'ha messa sempre Giusva, faccia da tv, da ragazzino che piaceva agli italiani, poi da guerrigliero della lotta armata, mentre lui, 'il Negro', è rimasto in disparte, facendo il gregario, l'anello di collegamento "tra i sette magnifici pazzi", come amavano definirsi i Nar, e l'estrema destra ordinovista Veneta.

    Ma stavolta che è tornato a Bologna dopo 40 anni, per rispondere di una strage che ha fatto 85 morti e oltre 200 feriti, ha preferito giocare all'attacco invece di defilarsi. Chi gli è stato vicino, nel corso di un processo durato due anni, quaranta udienze e oltre 50 testimoni, ha confidato che in realtà Cavallini dava la sua condanna quasi per scontata, però in aula, davanti alla Corte d'Assise che alla fine, lo scorso 9 gennaio, ha stabilito che è lui il 'quarto uomo' responsabile dell'attentato più cruento della storia del Dopoguerra italiano, non ha mai abbassato lo sguardo.

    Infanzia a Milano, padre fascista, madre che gli insegna "l'amore per il vangelo", poi fondatore dei "Boys San" dell'Inter, picchiatore affascinato dalla Repubblica di Salò, assassino di rossi, poliziotti e giudici, come Mario Amato, reati sempre rivendicati, ma stragista "no", Bologna "no". Come del resto hanno sempre detto anche gli altri già condannati in via definitiva, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, il più giovane, all'epoca dei fatti 17enne, che uno dopo l'altro hanno sfilato come testimoni nel processo. Il nucleo storico dei Nar - senza dimenticare gli altri camerati come Walter Sordi (poi pentito) e Fabrizio Zani, anche loro di nuovo in aula chiamati a testimoniare - che a cavallo tra gli anni '70 e '80 ha insanguinato le strade. "Spontaneisti" per Fioravanti e Cavallini, "carne da macello che doveva difendersi" per Mambro, "manovrati" da P2 e servizi segreti deviati per il collegio di parte civile e per i familiari delle vittime della strage, che non hanno perso una solo udienza, come fecero nei processi passati. "Su mio fratello Cristiano, Francesca Mambro e Alessandro Alibrandi, sui miei amici fraterni, sono sicuro che non hanno mai avuto rapporti con i servizi segreti. Per quanto riguarda Cavallini mi consenta di non rispondere", sono i dubbi espressi da Giusva al presidente della Corte, Michele Leoni. Cavallini gli replica a distanza: "Ma dai non scherziamo, ho fatto 36 anni di galera".

    E se Ciavardini arriva a definirsi "l'86/a" vittima della strage della stazione, parlando nei corridoi del Tribunale con Anna Pizzirani, che nel 1980 vide la figlia undicenne gravemente ferita nell'esplosione della bomba, Cavallini fa il duro fin dall'inizio: durante la sua prima audizione, ritornando a Bologna da protagonista ("Per me è una cosa umiliante tornare qui", disse), minaccia di denunciare per calunnia l'associazione dei familiari, che con un esposto contribuì a far riaprire le indagini sull'ex Nar, che dai vecchi processi uscì con una condanna per banda armata.

    Cavallini è stato presente alla nuova istruttoria solo per i suoi interrogatori. In due anni c'è stato spazio anche per un accertamento genetico che ha visto la riesumazione della bara di una vittima, Maria Fresu, scoprendo che il dna dei resti contenuti nel feretro non era quello della giovane donna morta.

    E questo è un punto su cui ha insistito la difesa dell'ex Nar seminando dubbi e proponendo piste alternative (come quella 'palestinese'), definendo "inumano" un processo a 40 anni dai fatti. La Procura ha invece proposto una rilettura in coerenza con le sentenze passate in giudicato, concentrandosi sul concorso, cioè sul supporto, quantomeno logistico, che Cavallini diede agli altri tre, e sottolineando, tra l'altro, l'assenza di un alibi per i Nar.
    In attesa del processo d'Appello (e poi della Cassazione), il 'quarto uomo' della strage è tornato a Terni, dove vive in semilibertà. Difficilmente sconterà la nuova condanna, quando e se sarà definitiva, visti i lunghi anni vissuti già in detenzione. A breve dovrebbero uscire le motivazioni della sentenza, e allora si riuscirà a capire meglio qual è stato il ruolo di Gilberto Cavallini nella strage della stazione di Bologna. 

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