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Piero Monti, un Glass diverso per aprire Spoleto

Il 24/6 Coro di Santa Cecilia in scena con orchestra di Budapest

Un Philip Glass diverso, la prima esecuzione europea dell'oratorio The Passion of Ramakrishna per inaugurare il Festival dei Due Mondi di Spoleto. "E' un brano che non mi aspettavo, differente dal Glass minimalista che conoscevo. Il Coro ha una funzione fondamentale perché interpreta il mistico indiano indiano dell'800 negli ultimi giorni della sua vita", spiega Piero Monti, maestro del Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia che il 24 giugno aprirà in piazza Duomo con l'Orchestra di Budapest diretta da Ivàn Fischer l'edizione numero 65 dell'appuntamento musicale tra i più attesi. "Sarà davvero molto interessante - dice Monti all'ANSA - . Quarantacinque minuti, dove c'è molto canto, una linea lirica e melodica inaspettata per Glass ma affascinante, a tratti anche leggermente ipnotica con accompagnamenti ripetitivi e ricordi di armonie indiane". Per la compagine vocale ceciliana affrontare la partitura non è stato facile. "Di Glass in stagione abbiamo eseguito la colonna sonora del film Koyaanisqatsi - fa notare il maestro - quella sì veramente difficilissima perché ossessiva e ripetitiva, impegnativa sia ritmicamente per la concentrazione sia vocalmente. Questa è molto più ieratica con una cantabilità molto più semplice del Glass conosciuto". La composizione dell'autore americano sarà preceduta dalla Suite n. 4 in re maggiore per orchestra di Bach. Maestro, che cosa rappresenta una occasione tanto prestigiosa dopo l'esperienza terribile della pandemia? "Abbiamo avuto il tempo di fare quattro-cinque concerti - spiega Monti, alla guida del Coro dell'Accademia Nazionale dall'ottobre 2019 - e poi siamo rimasti a cantare da soli nella enorme sala vuota. Partecipare al Festival di Spoleto, conosciuto in tutto il mondo, è un momento importantissimo. Per un coro generalmente legato alla propria orchestra è molto bello e stimolante lavorare con altre compagini per scoprire nuovi colori e sensibilità, un nuovo modo di fare musica. Sono momenti straordinari di crescita. Il Coro ha già lavorato con Fischer ma per me è la prima volta ed è un piacere". Il coro e l'orchestra di Santa Cecilia - che si esibirà il 2 luglio diretta da Barbara Hannigan e il 10 nel concerto finale con Pappano sul podio e Hannigan nel ruolo di soprano - già l'anno scorso avevano partecipato con Edpido Re al Festival di Spoleto nel primo dei cinque anni di residenza artistica. "In quella occasione - ricorda Monti - essendo appena usciti dal lockdown la situazione logistica fu difficile: eravamo di fianco e lontani dall'orchestra. Quest'anno ci riavviciniamo al palcoscenico e prenderemo di nuovo posto dietro l'orchestra. Lentamente si torna alla normalità. Speriamo che anche nella nostra sala dell'Auditorium Parco della Musica possiamo tornare a scendere in palcoscenico. Cantare sulla gradinata è scenografico e bello da vedere ma per fare musica insieme è difficile". I prossimi impegni del coro saranno a Roma il 15 luglio i Carmina Burana nella Cavea dell'Auditorium e il 21 con gli archi dell'orchestra dei Conservatori italiani e i fiati della banda dei Carabinieri. "La cosa più interessante sarà in ottobre, l'inaugurazione della stagione da Camera con due capolavori di Stravinskij, Les Noces e la Sinfonia dei Salmi nella trascrizione per pianoforte a quattro mani di Shostakovich, scoperta da non molto e pubblicata recentemente". Quale segno vuole imprimere nel coro? "Sto cercando di mantenere ovviamente l'italianità del suono che lo caratterizza rispetto a molti cori stranieri eccellenti, coniugando la precisione, l'attenzione alla dizione e l'energia degli attacchi che hanno i cori esteri". Monti vuole, inoltre, dare più spazio al repertorio polifonico cameristico. "Ce n'è tantissimo e di grande livello artistico - osserva - Credo sia importante, accanto alla stagione sinfonica ufficiale, offrire momenti in cui vengono eseguiti composizioni di ascolto non frequente".

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