Nel paese del Gattopardo i dolci delle monache di clausura

A Palma di Montechiaro le delizie di mandorle e pasta reale

di Max Firreri PALMA DI MONTECHIARO

PALMA DI MONTECHIARO - Le giornate scandite da preghiera e lavoro, lungo i corridoi silenziosi del monastero e nella chiesa, scrigno d'arte e bellezza. Cosa succede fuori le mura arriva lì dentro solo di riverbero, perché qualcuno che va a comprare i dolci gli racconta curiosità del paese. Per il resto, silenzio e meditazione. Vivono così le ultime tre monache di clausura nel monastero del Ss. Rosario delle Benedettine a Palma di Montechiaro: suor Maria Nazzareno, 73 anni di cui 61 di vita claustrale, la cugina suor Maria Rosaria e poi suor Raffaella, la più giovane. La crisi delle vocazioni si è fatta sentire pure qui: non ci sono novizie e le poche monache rimaste devono gestire un monastero così grande e imponente.
    Suor Maria Nazzareno è la badessa e, per una pura casualità, si trova in monastero con la cugina. Tutte due sono di Palma di Montechiaro e la loro vita l'hanno vissuta quasi interamente lì dentro: "Quando avevo 7 anni venni insieme a mia zia qui dentro per incontrare mia cucina che era già novizia - ricorda - rimasi colpita dal crocifisso che poi iniziai a sognare tutte le sere".
    La vocazione è nata così e da lì a poco anche lei entrò in monastero senza mai più uscire.
    A Palma di Montechiaro, piccolo paese dell'Agrigentino svuotato da un'emigrazione senza fine verso la Germania, il monastero è un luogo che non passa inosservato, finito per essere conosciuto nel mondo dopo la pubblicazione del 'Gattopardo', il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Del resto la storia di questo luogo spirituale si intreccia con quella della famiglia Tomasi: Isabella (suor Maria Crocifissa della Concezione, la Beata Corbera del Gattopardo), figlia secondogenita del Duca Giulio Tomasi (fondatore del paese), sin da piccola ha vissuto un'esperienza spirituale e mistica di altissimo rilievo in monastero.
    Gli anni in cui il monastero ha vissuto tempi floridi di vocazioni è oramai solo un ricordo. "Decenni addietro arrivammo anche a essere 40 monache qui dentro - racconta suor Maria Nazzareno - ora, invece, siamo solo in tre".
    Quella che non si è persa è, però, la tradizione dei dolci conventuali che vengono preparati. Il monastero è uno dei pochissimi in Sicilia dove ancora c'è una produzione artigianale fatta dalle monache. Biscotti ricci, ricciarelli, muccuneddi, paste nuove, pasta reale col cedro, torrone morbido con mandorle e pistacchio. Un tripudio di bontà, dolcezza e spiritualità che esce dalle mani sapienti delle tre monache impegnate in cucina.
    "La preparazione avviene ogni settimana - racconta suor Maria Nazzareno - e poi li vendiamo a chi viene a trovarci, consegnando i vassoi tramite la ruota che ci consente anche di ricevere i doni delle persone".
    Le tre monache vivono infatti di carità e le offerte provenienti dalla vendita dei dolci consentono loro di autosostenersi. "C'è chi ci regala le mandorle, altri ancora derrate alimentari che ci servono per preparare i dolcetti", spiega suor Maria. La base dei dieci tipi di dolci che vengono preparati sono le mandorle rigorosamente siciliane, poi trasformate in paste grazie alle antichissime ricette. Tutto l'anno si può anche trovare la frutta marturana, a Pasqua, invece, gli agnelli di pasta reale.
    Il monastero mette insieme tradizione, storia e misteri nella terra dove i Tomasi fondarono il paese. La chiesa annessa al convento viene aperta al pubblico per le funzioni religiose ma le tre monache rimangono sempre dietro le grate a pregare, prima di tornare a lavorare in cucina per preparare le delizie da vendere a chi va a trovarle. Il loro sorriso si scruta tra le doppie grate, segno del confine tra la vita comune e quella claustrale dedicata alla preghiera e ai dolci. (ANSA).
   

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