Società & Diritti

Italia al 27esimo posto per inclusione sociale donne e bimbi

WeWorld Inde, al top la Norvegia. I conflitti nel mondo sono barriera all'istruzione

Studenti insieme a scuola foto iStock. © Ansa

Non migliora l'inclusione di donne, adolescenti e bambini/e in Italia, più a rischio di esclusione sociale e povertà rispetto ai maschi adulti: mancano infatti cambiamenti positivi sostanziali nell'ambito della violenza di genere e sui minori e resta limitata l'inclusione economica e sociale delle donne. Per il secondo anno consentivo l'Italia si attesta al 27 posto su 171 paesi con 57 punti, fa peggio delle principali democrazie europee (Francia 12°, Germania 14°, Gran Bretagna 16°), ma anche di Bulgaria (24°), Repubblica Ceca (19°) e Portogallo (20°), che negli anni passati erano più indietro in classifica. E' uno risultati dell'edizione 2019 di WeWorld Index, la ricerca annuale che misura il tasso di inclusione nel mondo, condotta da WeWorld-GVC Onlus, organizzazione italiana indipendente che lavora in 29 Paesi, compresa l'Italia, per promuovere progetti di Cooperazione allo Sviluppo e Aiuto Umanitario. La classifica finale è il risultato della valutazione del progresso di un Paese ottenuto osservando le condizioni di vita dei soggetti più a rischio esclusione, attraverso l'analisi di 17 dimensioni (abitazione, ambiente, lavoro, salute, etc.) e 34 indicatori, scelti tra i più significativi analizzati da banche dati internazionali (Oms, Unicef, Banca Mondiale, ecc) in una classifica finale, da quelli con miglior tasso di inclusione ai Paesi caratterizzati da gravissima esclusione. A guidare la classifica 2019 sono ancora i Paesi del Nord Europa, insieme a Canada, Nuova Zelanda e Australia: torna in testa la Norvegia con 105 punti (48 più dell'Italia), seguita da Islanda, Svezia, Danimarca, Svizzera e Finlandia.(segue).
   I conflitti come barriera all'istruzione: nel mondo su 302 milioni di bambini che non vanno a scuola, "oltre 100 milioni vivono in contesti di crisi creati da conflitti e guerre" dichiara Marco Chiesara presidente di WeWorld-GVC onlus. In molte zone di conflitto, aggiunge uno dei curatori Stefano Piziali, l'attacco alle scuole, agli studenti e agli insegnanti è un atto deliberato che intende colpire uno dei fattori di stabilità. In Burkina Faso ogni giorno si chiudono cinque scuole e in Siria da quando è scoppiata la guerra sono due milioni i bambini e ragazzi che hanno lasciato gli studi. Tra il 2013 e il 2017 oltre 12.000 attacchi hanno colpito 21.000 studenti ed educatori in circa 70 paesi, tra cui in particolare Repubblica democratica del Congo, Egitto, Israele/Palestina, Nigeria, Yemen e Sud Sudan. La consapevolezza che sia fondamentale il sostegno all'istruzione nelle situazioni di conflitto è ormai un dato acquisito a livello comunitario, come ha spiegato Vito Borrelli, vice capo della rappresentanza della Commissione europea in Italia. Nel 2016 la Commissione si è impegnata a portare al 10% la percentuale di aiuti destinati al settore dell'istruzione nelle emergenze. Una percentuale che l'Italia ha superato nel 2018 portandola al 14% delle risorse disponibili all'aiuto umanitario, circa 20 milioni di euro, come ha ricordato il direttore generale della Farnesina per la cooperazione allo sviluppo Giorgio Marrapodi. 

Conflitti: i numeri

• Nel mondo, oltre la metà dei bambini che non va a scuola vive in contesti d’emergenza, con uccisioni di studenti e insegnanti, distruzione di edifici, stupri, arruolamento di bambini soldato, minori sfollati e rifugiati. 1 ragazzo su 5 tra i 15 e i 17 anni non è mai stato a scuola e 2 su 5 non hanno completato la scuola primaria.
• 350 milioni sono i bambini colpiti da conflitti armati;
• 104 milioni di bambini in aree colpite da disastri naturali/conflitti non vanno a scuola;
• Tra il 2013 e il 2017, sono stati più di 12.000 gli attacchi che hanno colpito 21mila studenti ed educatori in circa 70 Paesi, tra cui soprattutto la Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Israele/Palestina, Nigeria, Yemen, Sud Sudan.
• 250.000 sono i bambini soldato nel mondo.
• Secondo il Children and Armed Conflict Report del Segretario Generale dell’ONU, dal 2010 sono aumentati del 1500% i casi in cui è stato negato l’accesso umanitario per raggiungere i bambini coinvolti nel conflitto.
• Spose bambine: anche se la prevalenza del matrimonio infantile sta diminuendo a livello globale, i numeri restano alti nei Paesi interessati da conflitti: più del 70% delle bambine in Niger viene data in sposa entro i 18 anni, e quasi il 30% entro i 15 anni; segue la Repubblica Centrafricana (70% entro i 18 anni e 30% entro i 15 anni); in Ciad oltre il 30% delle bambine viene data in sposa entro i 15 anni.

 

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  • Redazione ANSA
  • ROMA
  • 09 aprile 2019
  • 20:09

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