Società & Diritti

Collezionare fallimenti fa bene. Come sbagliare e essere felici

A Modena la prima Scuola di fallimento

Un giovane uomo pensieroso foto iStock. © Ansa
  • di Agnese Ferrara
  • 28 maggio 2019
  • 11:49

Henry Ford (che fu cacciato dalle industrie automobilistiche prima di costruire la prima Ford); Steve Jobs (agli albori, quando fu licenziato) o il fallito Albert Einstein. Quanti rospi ingoiate? Quanti fallimenti collezionate? Non siete soddisfatti del vostro lavoro ma avete paura di sbagliare cambiandolo?
Da ‘sbagliando si impara’ a ‘solo chi non fa non sbaglia’, il campo è pieno di massime consolatorie e luoghi comuni che però celano una fiammella di reale speranza. Perseverare nonostante i fallimenti è banalmente il consiglio migliore da dare ma non basta. Per realizzarsi, nella vita professionale quanto in amore, ci vuole una profonda riflessione dedicata ai passaggi che portano all’errore, che, per sua natura, si ripeterà.
Gli errori adesso fanno parte di un autentico metodo scientifico e didattico secondo cui sbagliare diventa un punto di forza per una intera filosofia di vita volta al successo. L’errore non porta ad un vicolo cieco se si analizza in profondità, al contrario porta su una nuova strada. Insomma ognuno di noi ha un piano che, includendo gli sbagli, prima o poi funzionerà. Non rinunciate, piuttosto guardateci dentro a questi errori. Come?
Le chiavi del fallimento positivo sono il fulcro del nuovo libro ‘Elogio del fallimento. Perché sbagliare fa bene’ (Sperling & Kupfer) di Francesca Corrado, economista, ricercatrice e ex-fallita. L’autrice ha collezionato diverse sconfitte (l’apice nel 2015 col tracollo di uno spin off universitario, la malattia del padre e il fallimento di una storia d’amore) che l’hanno portata a fermarsi e ripensare i suoi errori e a fondare, nel 2017, la prima Scuola di Fallimento a Modena (www.scuoladifallimento.com ). L’iniziativa ha avuto una calorosa accoglienza da parte della città e oggi i corsi, i seminari e i suoi interventi proseguono in giro per la penisola.
“Io non perdo mai. Certe volte vinco, altre volte imparo” è invece l’incipit del libro del filosofo francese Charles Pépin (Il magico potere del fallimento, Garzanti editore 2017) che narra come la storia sia costellata di fallimenti illuminati e vincenti, loro malgrado. “Non c’è storia di vera crescita che non sia stata costruita attraverso errori, sconfitte e delusioni, - scrive l’autore. - Tutti conosciamo la parabola di Steve Jobs, licenziato in un primo momento dall’azienda che poi egli stesso trasformò in un colosso, ma anche grandi uomini politici come Lincoln e De Gaulle, artisti come Ray Charles, scrittori come J.K. Rowling e campioni come Rafa Nadal sono diventati sé stessi accettando la sconfitta’.
Spiega Francesca Corrado: “Guardare ai propri fallimenti significa lavorare sulla propria consapevolezza, sui propri sogni e obiettivi per fare accadere ciò che si ritiene abbia valore. Il metodo del fallimento punta a fare emergere le potenzialità delle persone, rafforzandole col tempo. Capita invece che si accantonano e si fanno scelte che deviano i propri sogni per paura di sbagliare di nuovo. Invece il fallimento è un feedback per ripensare a ciò che si vuole davvero. L’errore fa tornare indietro, rivivere i vari passaggi vissuti, in modo analitico-scientifico, e aiuta a proseguire con più tenacia”.
Sviscerando i passaggi si scopre ad esempio che si fanno sempre gli stessi errori, che fanno leva su una nostra debolezza o una svista. Si tratta perciò di alcuni ingranaggi rotti che si possono riparare. Perché li abbiamo fatti? Perché continuano a ripetersi? Questo l’approccio giusto per superare il fallimento, lavorare sull’errore per diminuire la probabilità di un’altra sconfitta futura.
Per non rinunciare ai propri sogni è bene inoltre avere, contemporaneamente, un piano A, un piano B ed uno Z. Il primo è l’obiettivo da raggiungere, il secondo non è un piano alternativo da seguire se il primo fallisce. E’ invece lo stesso piano ma cambiando le strategie se la prima soluzione scricchiola. E il piano Z? E’ a breve termine, si legge nel volume di Corrado, ha lo scopo di far recuperare le forze e le idee per elaborare un nuovo piano A se i primi due dovessero fallire. Avere un piano Z, quindi, consente di convivere con l’incertezza dei primi due.
La cultura (sana) del fallimento è la strada vincente per realizzarsi.

 

  • di Agnese Ferrara
  • 28 maggio 2019
  • 11:49

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