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Urban nature 2021: ripartire dalle città per favorire la transizione ecologica

Negli ultimi anni consumati lungo le coste italiane cinque ettari di suolo a settimana. Oltre due milioni di persone vivono in comuni con strumenti urbanistici obsoleti. Le proposte del Wwf per una rigenerazione dei territori.

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Nate come luoghi di scambio e innovazione, le città ospitano il 55% della popolazione globale e sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2 legate ai consumi energetici. Le soluzioni basate sulla natura possono mitigare le emissioni, ridurre gli effetti degli eventi metereologici, migliorare il senso estetico delle città, con effetti positivi sulla salute fisica e mentale dei cittadini. Lo afferma il Report Urban nature 2021 intitolato “Verso città ‘nature positive: decementifichiamo il nostro territorio – Rinverdiamo la nostra vita”, che il Wwf ha pubblicato in occasione dell’evento Urban nature del 10 ottobre. Al documento hanno collaborato 14 autori, tra cui docenti del Politecnico di Milano, delle università Sapienza e Roma Tre, del Molise e dell’Aquila. Attraverso i tre filoni tematici “Decementifichiamo le città”, “Nutriamo la biodiversità” e “Rinverdiamo le nostre scuole”, declinati in altrettanti capitoli, il Rapporto raccoglie una rassegna di progetti pilota, proposte e modelli, tratti da decine di esperienze italiane, europee ed internazionali.

“In Italia continuiamo a divorare suolo amplificando gli effetti del cambiamento”, ha dichiarato Donatella Bianchi, presidente del Wwf. “Mettere il nostro territorio nelle condizioni di ‘difendersi’ dagli effetti del cambiamento climatico è una priorità che si può affrontare in tre mosse: una legge per fermare il consumo del suolo, una legge nazionale sul clima e l’adozione di una nuova strategia nazionale sulla biodiversità al 2030 in linea con gli obiettivi della Strategia Ue”. Nella premessa del Rapporto, Bianchi ha ricordato che 2,5 milioni di persone risiedono in comuni con strumenti urbanistici che sono stati aggiornati per l’ultima volta tra il 1969 e il 1977.


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Ripensare le città. Servizi ecosistemici, infrastrutture verdi e blu (green and blue infrastrastructure, Gbi), geopoetica (rapporto tra pensiero e contatto diretto con le cose e la natura), paesaggi avanzati e biodiversità urbana sono, secondo gli esperti, esempi di soluzioni grazie alle quali è possibile far emergere un nuovo ruolo delle città nel percorso di transizione ecologica in atto. Negli ultimi sei anni, dall’analisi dei dati satellitari, emerge che lungo le coste italiane sono stati consumati circa 14 km quadrati di suolo, una superficie pari all’estensione della città di Lecce. Manca, rileva il Rapporto, una pianificazione strategica e, nonostante sia cresciuta la consapevolezza dell’impatto che i processi di urbanizzazione hanno sulle risorse naturali e sui servizi ecosistemici, il consumo e l’impermeabilizzazione del suolo sono tra le cause principali di degrado del territorio. Fenomeni che hanno conseguenze sulla produzione di cibo, sulla qualità dell’aria, sulla gestione delle acque, sull’innalzamento delle temperature urbane e più in generale sui cambiamenti climatici, con effetti sulla salute dei cittadini, sempre più spesso alle prese con il diffondersi di malattie legate all’intensità dei fenomeni di urbanizzazione. Nonostante l’Unione europea chieda l’azzeramento del consumo di suolo al 2050, l’Italia non è ancora riuscita ad approvare una legge nazionale per il suo contenimento.


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Best practice. Negli ultimi anni, continua il Rapporto, sempre più ricerche e studi internazionali dimostrano che l’adozione dei servizi ecosistemici, assieme alle infrastrutture verdi e blu, intese come reti di aree naturali e seminaturali pianificate a livello strategico con altri elementi ambientali, possono fare la differenza nei processi di pianificazione territoriale. Nell’area metropolitana di Barcellona, i servizi ecosistemici sono stati integrati nella progettazione delle infrastrutture verdi e blu per coniugare la conservazione della biodiversità. Nei Paesi Baschi, in Spagna, l’approccio ecosistemico è stato utilizzato per progettare una infrastruttura verde regionale definita attraverso un processo di partecipazione condivisa che ha coinvolto stakeholders ed esperti di diverse discipline. Ad Oslo, il Kommunenplan è un altro esempio di integrazione tra servizi eco sistemici e Gbi, che ha portato alla realizzazione di un progetto di rete verde finalizzato a tutelare le aree naturali esistenti e a creare nuovi spazi verdi urbani per la collettività, connessi tra loro da una fitta rete di percorsi ciclopedonali. In Italia, la revisione del Piano di governo del territorio (Pgt) del comune di Rescaldina, vicino Milano, è avvenuta attraverso l’adozione di un approccio ecosistemico nelle diverse fasi del processo di pianificazione e valutazione ambientale. Il comune di Pienza, in Val D’Orcia, è una delle best practice nel campo della geopoetica, in un connubio tra elementi naturali e artistici. Il parco pubblico realizzato sull’ex aeropista di Bonames, a Francoforte, è un esempio di progetto con lo scopo di rinaturalizzare l’intera aerea con un budget ridotto.

La biodiversità urbana è divenuta un tema sempre più importante nel governo di molte città, che si sono dotate di Biodiversity Plan specifici, necessari per adattare le città ai cambiamenti climatici e sopperire a quel deficit di natura che spesso contraddistingue gli insediamenti urbani. Il progetto pilota Roma Biodivercity è iniziato con una selezione preliminare delle aree di interesse non solo naturalistico, ma anche storico, archeologico e rurale. Questo primo insieme di siti è stato restituito cartograficamente ed è stato organizzato in un disegno preliminare di percorsi tematici, suddivisi per ambienti simili (costieri, fluviali, boschivi) oppure luoghi accomunati da vicende storiche. La cartografia tiene conto delle dorsali ciclistiche esistenti e ogni itinerario può essere percorso a piedi o in biciletta, in tutto o in parte.

La sicurezza alimentare. Se il paesaggio è frutto di scelte sociali ed economiche, evidenzia il Rapporto, le politiche territoriali hanno effetti positivi anche sul paesaggio. Affermazione ancora più evidente se consideriamo, oltre le politiche agricole, le politiche sistemiche come le politiche locali del cibo. Il cosiddetto rural-urban linkage riconosce il ruolo fondamentale delle campagne periurbane per la sicurezza alimentare, come strumento capace di migliorare gli aspetti economici e ambientali delle periferie e delle aree a ridosso delle città. In tutte le politiche locali del cibo si pone l’accento sulle filiere corte, sul loro impatto positivo sul miglioramento del reddito degli agricoltori, sullo sviluppo di mercati locali, sull’incremento del turismo rurale, ma anche sulla valorizzazione della varietà dei prodotti locali e sul contrasto all’abbandono delle aree agricole, fondamentale per fronteggiare i rischi ambientali. Un esempio concreto di politica che incide sulle relazioni città-campagna è rappresentato dal pubblic procurement per le mense pubbliche e in particolare per le mense scolastiche. Questo settore oggi è regolato dalla normativa nazionale, che ha introdotto i Criteri ambientali minimi (Cam) per la ristorazione collettiva. I Cam prevedono che nei menù debba essere garantita una certa quota di prodotti da sistemi di filiera corta e biologica e fanno riferimento al modello nutrizionale della dieta mediterranea. I nuovi Cam rafforzano questi criteri e introducono importanti novità, sintetizzate nel concetto “più biologico, meno sprechi e simbiosi tra mensa e territorio”.

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di Tommaso Tautonico

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